Si parla molto di architettura come linguaggio, ma sulla giustificazione della qualifica non si insiste, in genere, forse perché la si ritiene come pacifica. Pacifica, essa di fatto lo è, se qui si vede un corollario di uno dei teoremi basilari dell’estetica moderna, quello dell’unità delle arti. Quanti, però, viene fatto di chiedersi, si sono occupati di comprendere cosa questo teorema in realtà significa? Pochi, si deve dire, se si guarda al ruolo e alla presenza dell’architettura nella cultura contemporanea. Certo, l’architettura, nelle sue varie forme, ha le sue riviste specializzate che hanno i loro affezionati lettori. Ma poi, come sanno gli addetti ai lavori, la fruizione dell’architettura è disattenta, anche se l’importanza dell’architettura è vitale. Questo perché? L’architettura, certo, è un’arte, lo riconoscono tutti. Ma cosa vuol dire, per un’arte, essere un’arte? Quale è il suo statuto, in che consiste la sua indipendenza come arte? Sono queste domande tutt’altro che secondarie.
C’è stato un tempo in cui si sapeva che la molteplicità delle arti aveva alla sua base una sua primigenia, per quanto inafferrabile, unità. Si sapeva cioè che l’arte era una multiforme espressione, fatta di parole (pensieri e nessi concettuali), di sentimenti (ritmi, cioè musica), di gesti (indicanti cose, quindi immagini). L’unità dell’arte e delle arti era data dall’unità di fondo dell’espressione artistica, la quale, per il fatto di specializzarsi, di essere cioè arte, per es., di parole, non cessava di essere musica, e, insieme, pittura, scultura – e architettura. In altre parole, c’è stato un tempo in cui l’unità dell’arte e delle arti si collocava sotto il segno della “sinestesia”, cioè di quella figura semantica che associa più termini riferiti a sfere sensoriali diverse. Sinestesia non è qui un termine vuoto. Usarlo comporta credere fermamente che il mezzo specifico di ogni arte abbia in sé la propria forma comunicativa e che non abbia bisogno di ricorrere a quello che a torto si crede essere il mezzo di comunicazione per eccellenza, se non unico: là parola, e ciò che le sta dietro, il concetto. Non che, naturalmente, della parola si possa o si voglia fare a meno: perché fare a meno di un mezzo espressivo? Basta rendersi conto che il disegno, la linea, e, nel caso dell’architettura, la linea costruita, ha il proprio significato in sé, il quale pacificamente convive col significato veicolato dalla parola, e, come la parola, rimanda ad un pensiero soggiacente e suo: il pensiero architettonico.
Non si creda che queste siano elucubrazioni: la subalternità della cultura architettonica, in particolare nei nostri atenei, si spiega solo con quello che si vorrebbe dire razionalismo estetico: la convinzione cioè che tra tutti i mezzi di espressione artistica solo la parola ha la palma e che quindi all’opera d’una altra arte non basta l’espressione sua propria, ma che essa ha bisogno di una espressione aggiuntiva, quella della parola, per renderla vera del tutto. Ciò, vuol parere, spiega il fatto che l’architettura e le altre arti vengano sostituite (non da ultimo negli insegnamenti) dalla loro storia, dove la mediazione costitutiva e la competenza teorica e pedagogica è data, alla fin fine, dalla familiarità con la parola e non con quella (nel caso particolare dell’architettura) con lo spazio.
Questa rivista, che si chiama LUOGHI, si occuperà di architettura come espressione autonoma e, per l’unità del fenomeno espressivo, del prolungamento dell’espressione architettonica nel campo del pensiero, del pensiero architettonico; il che vuol dire che ci si occuperà di teoria, di estetica, di filosofia dell’arte. Ci si occuperà anche di regionalismo, e qui forse il nesso è più difficile a vedere. La perplessità pare legittima, ma la sua ragione sta ancora nella ragione che spiega la subalternità della cultura architettonica. Questa ragione sta nell’ignorare la forza espressiva, la capacità di commuovere e “argomentare”, che hanno le forme spaziali come tali, prima e al di fuori della mediazione verbale, anche se in parallelo e non in opposizione con essa. Ma le forme spaziali non nascono ieri, non sono, cioè, “innocenti”: esse si portano addosso un carico di storia che solo l’astrattezza del razionalismo può fingere di ignorare, sforzandosi di troncare le mille fibre avvincenti. che sono quelle della memoria – che sono quelle del Luogo, dei LUOGHI.
La rivista cercherà di correre lungo questi binari. Cercherà di riannodare i fili del discorso interrotto in tempi ormai lontani quando qui, sulle Alpi, architetti e artisti “vivevano” di questo rapporto. Cercherà di leggere i fatti dello scenario architettonico internazionale, filtrandoli attraverso quella speciale lente di ingrandimento che è il rapporto con le culture locali. Cercherà di essere a sua volta il luogo in cui queste idee, germinando nelle stagioni, suscitino un frutto più maturo nelle opere degli architetti che qui lavorano.
Ottobre 1994

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